Immagine articolo

Myanmar, la vita sospesa nei campi

La testimonianza di padre Dominik dal confine tra Thailandia e Myanmar racconta una crisi umanitaria sempre più drammatica, tra violenze, fuga e privazioni

di Fondazione Avvenire

C’è una guerra che non fa rumore sulle prime pagine, ma che segna ogni giorno la vita di migliaia di persone. È quella che attraversa il Myanmar, in particolare lo Stato del Kayah, dove scontri, bombardamenti e repressioni costringono intere comunità alla fuga.

A raccontarla è padre Dominik, sacerdote birmano della diocesi di Loikaw, oggi impegnato lungo il confine tra Thailandia e Myanmar. Da oltre sedici anni vive in Thailandia con regolare permesso: «molti villaggi sono stati completamente svuotati – racconta –. Le persone sono fuggite nelle foreste o nei campi profughi per scappare ai bombardamenti della giunta militare». Una fuga che spesso non offre vera sicurezza: nei campi, infatti, la vita resta precaria, segnata dalla mancanza di risorse e da condizioni estremamente difficili. Nei campi al confine, migliaia di persone vivono in condizioni di estrema vulnerabilità.

Una distinzione è decisiva per comprendere la gravità della situazione. I campi profughi non sono tutti uguali. Quello di circa mille persone, colpito nelle scorse settimane da bombardamenti e da un incendio che ha distrutto quasi tutte le abitazioni, si trova all’interno del territorio birmano. Qui la guerra è ancora presente e concreta: gli attacchi della giunta militare non risparmiano neppure chi è già fuggito. «I bambini vivono sentendo i bombardamenti ogni giorno, al mattino, alla sera e anche di notte», racconta padre Dominik. Diversa, pur nella precarietà, la situazione nei campi profughi in territorio thailandese, dove lo stesso sacerdote presta servizio. Qui i rifugiati trovano una relativa protezione: le forze della giunta birmana non oltrepassano il confine e non vi sono bombardamenti né incursioni armate. È dunque una linea geografica che segna anche una differenza radicale nelle condizioni di vita: da un lato la paura quotidiana della guerra, dall’altro una sicurezza fragile ma reale.

Quella in Myanmar non è solo una guerra. È una crisi profonda, che intreccia repressione politica, tensioni etniche e violazioni dei diritti fondamentali. «Da un lato – spiega padre Dominik – c’è una lotta per la libertà. Dall’altro, la giunta tenta di distruggere intere comunità, colpendo le etnie che rivendicano autonomia e democrazia».

A rendere tutto più difficile è anche un sistema di controllo capillare: arresti arbitrari, retate, obbligo di leva militare per giovani uomini e donne, oltre a una diffusa rete di informatori. «Le persone devono stare attente a tutto, anche a ciò che hanno sul telefono», racconta.

La crisi si riflette anche nelle condizioni economiche. Molti profughi non hanno accesso a risorse essenziali e dipendono completamente dagli aiuti umanitari. Alcuni tentano di rientrare nelle città, pur sapendo di esporsi ai rischi della presenza militare, semplicemente perché non hanno più nulla. A questo si aggiungono forme di pressione e ricatto da parte della giunta, come l’obbligo per i cittadini all’estero di versare parte dei propri guadagni, o le difficoltà – spesso accompagnate da richieste di denaro – nel rinnovo dei documenti. «Chi può permetterselo paga per salvarsi. Gli altri restano intrappolati», sintetizza il sacerdote. In questo contesto, la presenza di operatori, missionari e organizzazioni umanitarie rappresenta spesso l’unico punto di riferimento. Ma i bisogni restano enormi: assistenza sanitaria, educazione, protezione per i più vulnerabili.

La testimonianza di padre Dominik restituisce il volto umano di una crisi lontana, ma non per questo meno urgente. Una realtà fatta di vite sospese, dove la quotidianità è segnata dalla paura, ma anche da una resistenza silenziosa che chiede di essere ascoltata. E, soprattutto, sostenuta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA