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05 gennaio 2026

Il volontariato al Bambino Gesù

Una rete di oltre mille persone, con competenza e umanità, accompagna bambini e famiglie nei momenti più fragili della cura.

di Fondazione Avvenire

All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il volontariato non è un supporto occasionale, ma una presenza strutturata e indispensabile. A raccontarlo è la Dottoressa Silvia Ranocchiari, coordinatrice delle attività di volontariato dedicate all’assistenza e al supporto delle famiglie.

“Il nostro ospedale ha istituito da anni un’unità operativa semplice del volontariato, di cui è responsabile il dott. Giuseppe Di Pinto, inserita nella Direzione sanitaria”, spiega. “Coordiniamo oltre cinquanta associazioni e più di mille volontari, presenti in tutte le sedi del Bambino Gesù”. Un’organizzazione complessa, che richiede selezione, formazione e accompagnamento costanti. “I volontari seguono percorsi rigorosi: sicurezza, igiene, gestione delle emergenze, ma anche comunicazione, relazione con il bambino e con la famiglia, supporto psicologico. Non basta il desiderio di aiutare: servono competenze e continuità”.

I volontari sono presenti nei reparti, in pronto soccorso, nelle situazioni di emergenza. Alcuni sono dedicati proprio ai casi più delicati: famiglie che arrivano all’improvviso, spesso di notte, senza punti di riferimento. “Accade soprattutto con chi proviene da contesti di guerra. In quei momenti i volontari diventano un primo appoggio concreto: accolgono, ascoltano, forniscono beni essenziali, aiutano a orientarsi”.

Accanto al sostegno pratico, c’è un lavoro silenzioso di ascolto. “Anche quando la lingua è una barriera, troviamo il modo di esserci. A volte basta sedersi accanto a una mamma e darle il tempo di raccontare”.

Tra le esperienze più significative ci sono i laboratori di pasticceria, pensati come momenti di intrattenimento ma che, in alcuni casi, assumono anche un valore terapeutico. “Mettere le mani in pasta, concentrarsi su un gesto semplice, lavorare sul cibo può aiutare alcuni ragazzi a riavvicinarsi alle proprie emozioni”, spiega la Dottoressa Ranocchiari. “Sono attività inclusive, aperte a tutti, che non separano mai i bambini per patologia, ma creano uno spazio condiviso di normalità”.

È proprio in uno di questi laboratori che un bambino, inizialmente chiuso e silenzioso, ha iniziato lentamente ad aprirsi. “In un’ora lo abbiamo visto cambiare: rideva, si faceva fotografare con il cappello da chef. La mamma ci ha detto che non lo vedeva sorridere così da mesi”.

Nel progetto “Da famiglia a famiglia – la solidarietà che si moltiplica”, il lavoro dei volontari è uno dei pilastri che sostengono l’intero percorso delle famiglie. Non solo accoglienza, ma accompagnamento quotidiano, ascolto, presenza costante nei momenti di fragilità. I volontari aiutano a tenere insieme ciò che la malattia rischia di spezzare: la normalità, le relazioni, il tempo condiviso.

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