La signora Glady aveva un’eleganza innata che si scontrava con l’evidenza di una povertà assoluta. Portava una lunga treccia di capelli grigi, vestiva abiti raccolti chissà dove. Godeva di una pensione minima e non aveva nessun parente. Era sola al mondo e per lei tutto era difficile: pagare l’affitto e le bollette, fare la spesa e curarsi di una serie infinita di malattie dell’età. In un pomeriggio dell’autunno 2019 Glady era venuta ad Avvenire dalla periferia, cambiando più volte tram; aveva chiesto di parlare con chi curava la rubrica “La Voce di chi non ha voce”. La ascoltammo raccontare che lei era un’artista, aveva scritto romanzi e dipinto quadri, e credeva che il successo sarebbe arrivato, prima o poi. Capimmo che dietro quelle certezze si nascondeva una grave fragilità. Non voleva soldi in regalo, ma un prestito che poi avrebbe ripagato. Chiedemmo ai lettori di aiutare quella donna anziana, con l’idea che l’indispensabile sostegno materiale fosse altrettanto importante del sapere che degli sconosciuti avevano pensato a lei. Andammo a casa sua a vedere i suoi quadri, in una casa popolare fatiscente, in un quartiere degradato alla periferia di Milano. Il suo appartamento era completamente vuoto, i mobili venduti per acquistare colori e pennelli per dipingere. Grazie al denaro raccolto da “La Voce” poté evitare lo sfratto e quindi si salvò dalla strada, riuscì a comprare le medicine necessarie e del cibo sano per diversi mesi e a inserire i suoi quadri in un sito di aste d’arte online. Glady tornò ad Avvenire, telefonò più volte per ringraziare per la generosità dei lettori. Grazie a loro poté tornare a sperare.
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(Foto esemplificativa: i soggetti raffigurati nell'immagine non corrispondono alle persone citate nell’articolo)